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Silenzio: la luce divina che emana il frigo dopo l’apertura del possente sportello dà subito un senso di sollievo; questa sensazione confortante verrà più o meno confermata dal grado di provviste presente al suo interno.

Delusi ancora una volta dalla nostra incapacità a fare la spesa (c’è sempre qualcosa che ci sfugge!), l’agitazione aumenterà e cominceremo ad aprire con ritmo spasmodico tutti gli sportelli e i cassetti di credenze e mobiletti alla ricerca di quel-non-so-che di cui si ha proprio voglia, quel qualcosa che siamo convinti metterà fine alla nostra ansia e ci farà fare sogni sereni.

 

Che il desiderio di cibo sia fortemente legato a stati di forte carica psicologica ed emotiva non è certo una novità. E’ opinione comune che il desiderio per il dolce sia legato a questioni affettive mentre al salato vengono associati picchi di stress acuto. Il desiderio per il dolce è languido nel suo lento manifestarsi e si sposa spesso ad una tristezza pacata e rassegnata, all’insoddisfazione mesta e melanconica che sfiora talvolta il depressivo. Per contro, l’urgenza per i cibi salati avviene sotto forma di attacchi e, quando non causata da vera e propria fame, è espressione di un tipo di nevrosi che può portare perfino a comportamenti aggressivi.

I nutrizionisti ed i dietologi, impegnati nell’analizzare i disordini alimentari che purtroppo abbondano nella nostra opulenta società, hanno sempre trascurato le sottigliezze del piacere del gusto guardando con aria un po’ paternalistica e di sufficienza chi si bea del godimento ritrovato in un buon piatto. Molto hanno scritto sul cosiddetto comfort food - come lo chiamano gli anglo-sassoni - il cibo che dà conforto emotivo, il cui desiderio scaturisce dagli stati di stress o di depressione controbilanciandone a livello ormonale gli effetti.

 

Ma esiste un’altra categoria di conforto alimentare di cui non si parla mai e che non è assolutamente associabile agli stati emotivi sopra descritti: è il cibo che rimette a posto la psiche, il cibo dell’inconscio.

La differenza col comfort food è sostanziale oltre che estetica e culturale.

Sostanziale perché la matrice che porta alla gratificazione è completamente diversa. Mentre nel comfort food si cerca coscientemente e affannosamente un sapore non ancora identificato in una tipologia di cibo se non per sommi capi (dolce e salato), con il cibo dell’inconscio il piacere arriva da una combinazione specifica. E arriva come una rivelazione.

Il desiderio per questi misteriosi alimenti è del tutto inconsapevole e quando se ne presenta l’occasione, il piacere e la pace che regalano sopraggiungono inaspettatamente perché in quel momento ciò che mangiamo è proprio ciò che desideravamo, senza che ne fossimo coscienti.

Estetica perché con il cibo dell’inconscio non ci troveremo mai al punto di avere la visione della realtà offuscata dal pensiero assillante del cibo, non saremo mai succubi della sua ricerca e del nostro appagamento, non comprometteremo mai i nostri rapporti sociali per dittatoriali e inconfessabili bisogni. Saremo invece padroni di noi stessi e trarremo dalla sensazione di benessere provata dall’equilibrio psichico che ci procura questo cibo, spunti di conversazione importanti e profondi.

Culturale perché il cibo dell’inconscio è legato a doppio filo al nostro percorso personale e al nostro bagaglio culturale. Essendo generato dalle informazioni accumulate durante gli anni della nostra vita, questo cibo porta in sé anche un patrimonio di esperienze specifico. Sarà molto difficile per un italiano che non abbia vissuto all’estero trovare nel kebab il suo cibo dell’inconscio come praticamente impossibile per un cinese cresciuto in Cina trovarlo nel cous-cous.

Il cibo dell’inconscio, con le dovute differenze, è patrimonio di tutti. Ognuno di noi ha un piatto o un alimento attraverso il quale tornare “alla base”, affondare in un caldo senso di familiarità e sentirsi coccolato. Può essere un croccante trancio di pizza bianca spennellato d’olio d’oliva e costellato di scaglie di sale; della frutta cotta con miele, cannella e chiodi di garofano o qualsiasi altro abbinamento casereccio anche insolito ma personalissimo.

Questa tipologia di cibo può seguire gli echi della nostra infanzia, può essere associata ad un evento particolare, può evocare persone care o situazioni di memoria sepolta che riafforano proprio con quel gusto e quel profumo.

Quante volte ci siamo trovati davanti ad un bel piatto di pasta al sugo di pomodoro spolverato di parmigiano e ci siamo sentiti appagati da quella semplicità, ci siamo sentiti trasportati dal benessere che la visione del piatto ed il suo profumo ci ha infuso, ci siamo sentiti proprio in pace col mondo, al posto giusto nel momento giusto. Una specie di satori.

Quante volte abbiamo ritrovato pace e conforto in una zuppa fumante di verdure o addirittura in una spartana minestrina in brodo! Sono certa che ognuno di voi ha un suo cibo dell’inconscio che lo riporta a questo stato di grazia.

La meraviglia del cibo dell’inconscio è che ci sorprende con arrendevole semplicità quando meno ce lo aspettiamo. E ci fa sentire di nuovo sani.