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Un intellettuale da Bistrot

In occasione del trascorso centenario della nascita di Jean-Paul Sartre, cogliamo l'occasione per presentare un aspetto un po' più "terreno" del filosofo e saggista francese senza nulla togliere alla sua statura intellettuale. Anzi, la gran quantità di tempo trascorso da Sartre in caffé quali la Coupole, Flore, o anche il Deux Magots o la brasserie Lipp è la riprova del fatto che i pensieri migliori nascono osservando lo scorrere della vita da questa rumorosa e vivace prospettiva. Come si legge nel carteggio alla sua compagna di vita Simone de Beauvoir, scrivere nei caffè è un'abitudine che Sartre conserverà anche nell'esercito durante la Seconda Guerra Mondiale. La sua assiduità nel frequentare questi luoghi pubblici però, non è certo da attribuirsi ad una ricerca di piatti prelibati, tantomeno motivata da velleità di conoscenza gastronomica. Forse solo il suo amico e compagno di studi Raymond Aron avrebbe potuto scatenare nella sua mente per qualche istante un interesse per i superalcolici slegato dal loro effetto inebriante. Si narra infatti che Aron, di ritorno a Parigi da Berlino (siamo nel '33), gli illustra la fenomenologia tedesca con questo singolare esempio: "Vedi, compagnuccio mio" - dice Aron indicando la specialità del locale in cui si trovavano, il cocktail all'albicocca - "puoi parlare di questo cocktail ed è filosofia...".
D'altro canto molti sono i filosofi che hanno ignorato l'argomento cibo, altri come Platone, lo hanno addirittura denigrato. Si legge infatti nel Fedone: "Né la verità, né alcun altro genere di pensiero nasce dal corpo" [...] Il corpo "ci distrae in mille modi a causa dei suoi bisogni, soprattutto di cibo". Per contro Eraclito, scrive Aristotele, accoglieva i suoi ospiti in cucina assicurandoli della presenza degli Dei in questo luogo designato al soddisfacimento dei bisogni materiali. Nietzsche si interrogava sul motivo per cui non fosse ancora stata elaborata una filosofia della nutrizione, ma per questo si dovrà aspettare i francesi, in primis Brillat-Savarin con la sua "Fisiologia del Gusto" fino, più recentemente, al giovane filosofo Michel Onfray con "Il ventre dei filosofi" (1989) e "La raison gourmand" (1995).

Café de Flore Café de Flore

Non stupisce che l'autore de "La Nausea" non abbia preso troppo in considerazione l'argomento cibo, ma scherzi a parte, le riflessioni più significative in materia sono state partorite durante un viaggio a Napoli, per il resto si hanno riferimenti piuttosto distratti sull'argomento. Nella raccolta delle lettere indirizzate al Castoro (appellativo affettuoso di Simone de Beauvoir) ed ad altre amiche in un periodo che va dal 1926 al 1963, troviamo pochi cenni al cibo. Divertente però è la descrizione dello sgomento di una delle sue amiche la quale, ordinando una chateaubriand al ristorante senza sapere cosa fosse e detestando la carne, costringe sé stessa a mangiarla pur di non rivelare la sua ignoranza ai camerieri. In un'altra lettera scritta da Marsiglia, si menziona il merluzzo alla provenzale, in un'altra si avverte la noia provata da Sartre nell'accompagnare un amico estremamente meticoloso a fare la spesa.
E' l'impatto con Napoli dunque a suscitare i pensieri più significativi. Sartre è totalmente rapito dalla singolarità di questa città, dai suoi stretti vicoli, dai suoi abitanti "sporchi e brulicanti", dalla sua animalità, dal suo manifestarsi con immediatezza e senza pudori, il tutto, secondo il filosofo francese, creando un quadro di scarsa profondità proprio a causa di quella realtà troppo rivelata ("I napoletani non pensano", scrive). Ma nonostante queste punte che rasentano il disprezzo si coglie il fascino che questa città esercitò sul filosofo. A dimostrarlo sono gli scritti di due anni dopo pubblicati dall'editore Raimondo di Maio raccolti nel volume "Spaesamento - Napoli e Capri" . Ne riportiamo uno stralcio:

“A Napoli ho scoperto l’immonda parentela tra l’amore e il Cibo. [...] Sono arrivato via mare, un mattino di settembre, ed essa mi ha accolto da lontano con dei bagliori scialbi; ho passeggiato tutto il giorno lungo le sue strade diritte e larghe, la Via Umberto, la Via Garibaldi e non ho saputo scorgere, dietro i belletti, le piaghe sospette che esse si portano ai fianchi. Verso sera ero capitato alla terrazza del caffè Gambrinus, davanti a una granita che guardavo malinconicamente mentre si scioglieva nella sua coppa di smalto. Ero piuttosto scoraggiato, non avevo afferrato a volo che piccoli fatti multicolori, dei coriandoli. [...] Ho girato la testa, ho visto, alla mia sinistra, la Via Roma che si apriva, scura come l’incavo di un’ascella. Mi fermai davanti alla pasticceria Caflish, aveva l’aria di una gioielleria. In genere, i dolci sono umani, rassomigliano a dei visi. I dolci spagnoli sono ascetici con aria gradassa; si riducono in polvere sotto i denti; i dolci greci sono grassi come delle piccole lampade a olio, quando li si schiaccia, l’olio cola; i dolci tedeschi hanno la soavità gonfia d’una crema da barba, sono fatti perché uomini obesi e mollicci li consumino con abbandono, senza cercarne il gusto, semplicemente per riempirsi la bocca di dolce. [...] Fu in quel momento che scoprii, a venti metri dalla pasticceria Caflish, una delle innumerevoli piaghe di questa città sifilitica, una fistola, un vicolo. Mi avvicinai e la prima cosa che vidi, nel mezzo di un canaletto, fu ancora un alimento - o piuttosto un mangime -: una fetta di cocomero (mi ricordavo ancora i cocomeri semiaperti di Roma che avevano l’aria di gelati lampone e pistacchio picchiettati di grani di caffé) sporca di fango, che ronzava piena di mosche come una carogna e sanguinava sotto gli ultimi raggi di sole. Un bambino cencioso s’avvicinò a questo cibo putrido, lo prese tra le dita e cominciò a mangiarlo con molta naturalezza. Allora mi sembrò di intuire ciò che i commercianti di via Roma mascheravano dietro le loro oreficerie alimentari. La verità del cibo”.

 

Che sia in un bistrot, in un caffè, nei vicoli di Napoli o nelle strade di una qualunque città il cibo rivela sempre l’anima di chi lo produce, di chi lo consuma e di chi lo osserva. E questa è un’importante fonte di ispirazione.