Le due fontane di marmo bianco che abbelliscono piazzetta CLN, uno spazio di poche decine di metri quadrati ricavato in via Roma a ridosso di piazza San Carlo, il "salotto buono" del centro di
Torino, raffigurano la Dora e il Po, i corsi d'acqua alla cui confluenza anticamente fu fondata la città.
Se la Dora non è mai stata valorizzata tantomeno giudicata un elemento qualificante dell'area urbana - destino ingrato dovuto al fatto che il suo percorso si snoda quasi interamente in una parte di
città a suo tempo sacrificata a favore di uno sviluppo industriale massiccio, oggi in clamorosa dismissione - sorte ben diversa ha avuto il Po, fiume maestoso e solenne che fa parlare di sé in tutta
l'Italia settentrionale e che al contrario è sempre stato considerato uno dei simbolo forti di Torino.
Sulle sue acque, dalla riva destra, si specchia il verde rigoglioso e prezioso della precollina, zona residenziale ondulata, ariosa, naturalmente e caratterialmente riservata e vagamente snob, dove soprattutto nella parte più nascosta e intima sorgono eleganti ville e dimore patrizie di pregevole fattura artistica e architettonica. Morbida e raffinata accompagna il corso del fiume e trova la sue migliori espressioni tra Crimea, Gran Madre, Villa della Regina e il Monte dei Cappuccini, la cui terrazza contende a quella di Villa Gualino il primato di miglior punto d'osservazione sulla sottostante città e i suoi dintorni.
La riva sinistra, nello stesso tratto di fiume, replica con il Borgo Medievale, il parco e il castello del Valentino, con corso Cairoli, lungo Po Diaz e piazza Vittorio Veneto, punti d'immediato interesse urbanistico impreziositi da numerosi palazzi ordinati, allineati e seriosi, d'inconfondibile stile barocco e decisa rilevanza storica - derivata dal prestigio dei Savoia e dal conferimento avvenuto nel 1861 alla città sabauda del titolo di prima capitale d'Italia - che apportano ulteriore eleganza e stile.
La Basilica di Superga, con i suoi tristi ricordi, dall'alto dei seicento metri d'altezza, pare stare lì apposta per proteggere questo colpo d'occhio d'eccezionale bellezza e rara suggestione.
Di ragguardevole impianto architettonico e notevole capacità evocativa, uniscono le due sponde i ponti Isabella, il più elegante con le sue cinque brevi e armoniose campate, l'Umberto, il più
monumentale e prezioso con ai quattro angoli le statue raffiguranti la Pietà, il Valore, l'Arte e l'Industria, e il Vittorio
Emanuele, detto "di pietra" fin dai primi dell'800.
Affacciandosi da ognuno di essi si può apprezzare non solo la bellezza dei luoghi ma anche la calma, l'ampiezza e la facile navigabilità del corso d'acqua, elementi che hanno da sempre favorito
intensi transiti, fitti collegamenti, lo sviluppo di fiorenti commerci e il diffondersi sui litorali di numerosi mestieri.
Infatti le arcate dei Murazzi - oggi inadeguatamente destinate a luoghi di svago e divertimento a buon mercato - costituivano le rimesse per le attrezzature di pescatori, barcaioli e lavandaie cioè
dei componenti di una comunità vociante e variopinta, grata e riconoscente a quel fiume con il quale viveva in stretto contatto. Un'umanità che svolgeva mestieri umili e faticosi ma che disponeva di
una grande dignità e che alle ristrettezze economiche contrapponeva una ricchezza fatta di umanità e solidarietà.
E nel pieno dell'800, cioè del secolo che dalla Rivoluzione Francese alla Grande Guerra tanto ha contribuito al progresso anche sociale della nostra parte di mondo, mentre sulle vicine Alpi nasceva l'alpinismo moderno per opera di Einaudi, Cibrario e Sella, lungo il Po fiorivano società sportive di ginnastica e scherma, bocciofile e circoli di canottaggio, che accoglievano nelle proprie sale non solo componenti dell'aristocrazia e dell'alta borghesia ma anche rappresentanti del mondo politico e culturale, qualche artista e qualche stravagante e che costituivano luoghi di incontro e cartine al tornasole del costume di un bella epoca di sviluppo e di joie de vivre, con più luci che ombre, fatta di garbo e buone maniere, frivola ma anche concreta e illuminata.
Eredi dell'amore per il fiume e testimoni di quel periodo romantico ormai dissolto sono le società di canottaggio Armida, Cerea, Esperia e Caprera, dove ancora ai giorni nostri si avverte l'attaccamento ad una disciplina sportiva elegante e pulita non intaccata da esasperato protagonismo, nella quale tecnica ed estetica si incontrano con reciproca soddisfazione, che nel silenzio e nella fatica della voga trova ispirazione e trasmette un messaggio di cristallina lealtà nei confronti degli avversari e di irrinunciabile solidarietà verso i compagni.
A conferma dell'importanza sempre più ampia che col tempo acquisì la settecentesca Porta di Po, tra il 1825 e il 1830 fu realizzata l'attuale piazza Vittorio Veneto, che diventò
uno degli ingressi principali della città grazie alla fatto che vi confluivano tre importantissime vie di comunicazione: la prima che attraversando Langhe e Monregalese collegava con la Liguria;
un'altra che, costeggiando la fascia fluviale del fiume, portava fino alla piana di Casale e al Pavese e infine la terza che, attraversando la collina, giungeva nel Monferrato.
Facile immaginare quindi il via vai di viaggiatori, di passeggeri e di commercianti con relativi bagagli di mercanzie e prodotti, tra i quali anche tanti generi alimentari inediti. Un assortimento a
disposizione saporito e prezioso che invogliò numerosi artigiani e negozianti ad avviare, dalla seconda metà dell'800, empori e punti vendita che andarono ad allinearsi sul lato destro della piazza,
perché più facilmente raggiungibile dalle altolocate famiglie che risiedevano nei vicini quartieri centrali.
Ecco un elenco di quelle botteghe, tra i quali alcune di esse (poche) nonostante tutto sono ancora in esercizio: bello sarebbe rimettere insieme tutta la compagnia.
Bagetto, Calliero e Bussi Palmo, inizialmente drogherie che con il tempo diventarono fornite gastronomie, le prime due collocate praticamente l'una di fronte all'altra al fondo di via Po, la terza, inizialmente solo rivendita di olive, olio e sapone a metà della piazza. Tra i prodotti in vendita prosciutti e formaggi emiliani, baccalà e stoccafissi del Europa settentrionale, trote del Garda, aragoste della Sardegna e acciughe liguri ma anche piatti pronti, confezionati nelle ampie cucine attrezzate anche per ricevimenti e grandi pranzi completi.
Gabutti, pasticceria con arredamento d'epoca, boiserie di legno chiaro, bel bancone e piccoli tavolini rotondi dove gustare tante torte diverse, sorbire una tazza di cioccolata o un bicerin, bevanda classica torinese fatta con cioccolata, caffè e crema di latte che veniva servita in piccoli bicchieri di vetro; Gonella, confetteria con una buona scelta di piccoli dolci, prelibati pasticcini, gianduiotti, cioccolatini, caramelle, pastiglie e gocce di rosolio.
Primizie e prodotti pregiati da Rubei; latte e formaggi freschi da Ghigo, oggi affermata cremeria e pasticceria; pane, grissini, pasta fresca anche ripiena e gnocchi da Michele, oggi molto frequentato per pizza, farinata e castagnaccio.
Suppo, un'altra drogheria ma specializzata in spezie, quasi una farmacia con targhette in ottone e scritte in latino su cassetti e scomparti ricolmi di cannella, chiodi di garofano, noci moscate, zafferano, decine di altre spezie e liquirizia. Caffè, tè, noci, nocciole, frutta secca, coloniali e droghe anche da Calmiero.
Selvaggina, polli e conigli da Bozzo, carni rosse selezionate in un paio di macellerie, frutta e verdura di stagione da Ghione.
Infine per chi era solo di passaggio, ristoro assicurato alla Spada Reale, anche alloggio al Porto di Savona mentre per una sosta breve, per un bicchierino di vermuth o uno zabajone numerosi i caffè a disposizione, tra i quali il più rinomato era l'Elena.
E ancora non bastava, dato che alcuni cartelli scritti a mano tipo "Passeggeri sentite l'odore, pesce fresco a tutte le ore" erano esposti, per attirare gli avventori, da un'infinità di piccole trattorie a conduzione familiare disposte lungo il lato sinistro del fiume, nei pressi del ponte della Gran Madre, dove il pescato del giorno fatto di lucci, tinche, carpe, barbi era fritto al momento e servito all'ombra di pergolati e verande accompagnato da acciughe, tomini e qualche verdura fresca dell'orto.
Ma per bere un buon bicchiere era meglio approdare a una delle tante osterie e vinerie che si affacciavano sulla sponda di fronte: sarà per questo motivo che sul fiume c'era sempre un gran bel movimento.
nonsolobacco